All’Officina Agnelli le bici elettriche vengono rigenerate con i telai delle moto anni 50

Officina Agnelli

La notizia è apparsa sul “Corriere della Sera” di qualche giorno fa.

All’officina Agnelli di Abbiategrasso torna in vita il design italiano. Tra i Clienti celebri anche l’attore Moni Ovadia e lo stilista Karl Lagerfeld.

La giornalista del “Corriere della Sera”, Giovanna Maria Fagnani, ha voluto veder chiaro in uno strano caso di rigenerazione di biciclette elettriche (non è il solo: abbiamo parlato qui di un altro caso singolare). Così, è andata a indagare su un’idea che ha del rivoluzionario. è stata messa in atto da Luca Agnelli, 49 anni, commerciante di Abbiategrasso con un passato da restauratore di mobili.

Qualche anno fa ha dato vita a un’officina singolare. L’Officina Agnelli Milano Bici, infatti, trasforma le ciclomoto d’epoca in bici elettriche all’avanguardia, ma dall’elegantissimo aspetto vintage.

«Vendevo biciclette elettriche, − ammette Agnelli nell’intervista rilasciata alla giornalista − ma ero stufo. Perché erano sì un prodotto tecnologico all’avanguardia, ma brutto, sgraziato: con la batteria sui portapacchi, i cablaggi e i fili che spuntano. Così, ho deciso di provare a sperimentare, ispirandomi ai ciclomotori della prima metà del ‘900. Anni in cui il bello era il principio cardine. In fondo, finora nessuno ha mai pensato di costruire una bici elettrica con un senso estetico importante».

Ogni bici elettrica è un pezzo unico. Come unici sono i componenti principali, tutti frutto di riciclo. Per creare le sue bici, Agnelli recupera i serbatoi di moto d’epoca: dal Guazzino 65 all’Aquilotto della Bianco, dal Cucciolo della Ducati alle moto Guzzi e Garelli. Li monta, poi, su telai di biciclette degli anni Ottanta e Novanta. «In quegli anni la fantasia dei produttori di mountain bike non era legata a un aspetto tecnico o sportivo. Erano bizzarre nelle forme, e questi grossi telai sono quelli che si sposano meglio ai serbatoi», spiega Agnelli. A cosa serve il serbatoio su una bici elettrica? A nascondere il motore elettrico e tutti i cablaggi e a dare un aspetto assolutamente unico alla bici. Il tocco finale? Accessori e rifiniture in cuoio realizzate su misura da un artigiano nel Pavese.

In un mese l’Officina Agnelli ne riesce ad allestire un paio, oppure anche nessuna se sta lavorando a un pezzo particolarmente impegnativo.

In un anno ne ha prodotte 28 e vendute più della metà, quasi tutte all’estero. Tra i suoi clienti Karl Lagerfeld, Moni Ovadia, poi un direttore d’orchestra belga e alcuni designer. Ma c’è anche un Lord inglese, che ha chiesto una bici con sidecar per portare a spasso il suo cagnolino. E a Parigi, in questi giorni, è in mostra l’ultima creazione: un incredibile carretto elettrico che unisce tre epoche in una. Il telaio originale è un Doniselli del 1929, il serbatoio del 1960 e il «muso» di una Due Cavalli degli anni 80. Il costo delle bici varia da sette mila a nove mila euro.

«So che il mio è un progetto a termine − racconta Luca −. Io ho scelto di usare solo serbatoi italiani e quando saranno finiti lo sarà anche il mio lavoro. Ma la filosofia del mio progetto è proprio il recupero. Negli anni 40, questi componenti erano fatti a mano dagli artigiani e poi venivano venduti alle case produttrici. Perderli vorrebbe dire cancellare una parte del nostro patrimonio. Costruire queste bici vuol dire ridare una nuova vita a una parte della manifattura italiana di quell’epoca. E il complimento più bello che mi fanno i clienti stranieri è che solo un italiano poteva costruire un prodotto così».

Una bici dell’officina Agnelli, insomma, non passa inosservata.

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